La scrittura: disciplina oppure metodo e abitudine?

Per poter scrivere bene ci vuole disciplina: quante volte l’hai sentito? Senza disciplina non si ottengono risultati e, soprattutto, non vale la pena nemmeno di iniziare a scrivere. Sarà proprio vero?
Soffermiamoci sull’etimologia del termine disciplina. Deriva dal latino discipulus: la disciplina è l’atto dell’istruire, è il modo e la regola secondo cui insegnare, è il precetto e l’insegnamento di un’arte liberale. Ha quindi a che fare con l’apprendimento: significa sia materia di studio e di insegnamento sia, per estensione, sistema di regole da apprendere e seguire e, anche, rigore.
Ecco perché si dice di solito che nella scrittura ci vuole disciplina: se ti imponi di seguire un certo numero di regole di comportamento arriverai al risultato che desideri, al tuo obiettivo. A esser precisa, secondo questa visione, la disciplina agirebbe soprattutto sul lavoro che deve essere fatto per raggiungere l’obiettivo, non tanto sull’obiettivo in sé (scrivere una bella storia, che piaccia e appassioni il lettore – e che dia gioia e soddisfazione, nel mentre la scrive e una volta terminata, anche al suo autore), e sul grado di sforzo (o impegno) che richiede. Se senti gli echi della teoria del goal setting, non ti sbagli.

Scrivere significa dunque disciplina? Se mi conosci, ti immagini la risposta: no. Scrivere significa tenacia e ne ho parlato in questo post. La tenacia è la qualità che ci fa iniziare il mestiere di scrittori e ci sorregge nei momenti di stanchezza e frustrazione in cui si vorrebbe cedere e abbandonare la scrittura (in parole semplici: cestinare tutti i file, riciclare nella carta le bozze, chiudere la porta dello studio a chiave, mettere all’asta la scrivania e prendersi una lunga vacanza, magari su una bella spiaggia lontana dalla sabbia dorata o, se preferisci il freddo come me, in Norvegia, tra i fiordi, le casette colorate e l’aurora boreale).

La disciplina molte volte rischia di essere fine a sé stessa, il suo rispetto può diventare esso stesso un obiettivo e soverchiare il vero scopo, cioè scrivere – e bene – il proprio racconto, il proprio romanzo, senza gettare la spugna alle prime difficoltà né a quelle successive.

Scrivere è quindi questione di tenacia e di abitudine e metodo. Non può essere visto e vissuto come auto-imposizione e costrizione. Anzi, all’inizio è necessario essere anche un po’ indulgenti con sé stessi e non pretendere troppo dalla nostra penna. Se hai la stoffa, verrà fuori, eccome!

Scrivere è riservare del tempo, lontano da tutti e dalle distrazioni, in una stanza tutta per sé per dedicarsi alla propria opera e a ciò di cui abbisogna. L’impegno e la concentrazione – ma anche un certo entusiasmo e la stessa felicità un pizzico segreta che dà questo mestiere – che la scrittura richiede devono diventare abitudine. L’abitudine crea uno spazio fisico e l’abito intellettuale della costanza. E lo fa con pazienza, con gradualità, a poco a poco, giorno dopo giorno, finché diventa naturale. Non può mai essere disciplina. È l’appuntamento giornaliero con un’attività tanto amata, svolta con passione, cuore e cura.

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